Due storie ambientate nelle province di Foggia e Taranto, una di pochi giorni fa e una più datata, ci ricordano la realtà quotidiana di chi lavora come bracciante nei campi. Una vita fatta di sfruttamento sotto il sole cocente per una manciata di euro, una quotidianità di aste al ribasso per vendere la propria fatica e di notti in stamberghe senza luce o acqua corrente. Da queste due storie “pugliesi” emergono l’importanza e la necessità di una vera regolarizzazione. E di una lotta “politica” al lavoro nero.

Scendere in profondità su questi temi converrebbe a tutti. Purtroppo, però, i messaggi trasmessi in modo strumentale da alcuni politici e mezzi di informazione continuano a oscurare la questione reale: i diritti dei lavoratori. I quali, così, vengono sistematicamente negati, in una guerra tra poveri che vede vincere sempre e solo chi ha sempre vinto, fino all’intervento della giustizia. Che tuttavia, da solo, non è sufficiente.

Vince chi hasempre vinto

I fatti. 

Il primo luglio 2020 i carabinieri ad Apricena, provincia di Foggia, hanno arrestato un noto imprenditore agricolo e un suo uomo di fiducia. L’accusa per lui è di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. In una parola: caporalato. Un capo di imputazione aggravato da violazioni in materia di sicurezza e igiene, un ulteriore schiaffo alla dignità della persona in un momento di emergenza sanitaria. Nelle cinque aziende agricole del noto “imprenditore” la manodopera aveva paghe da terzo mondo. 3,33 euro l’ora. Ci paghi appena due pacchi di pasta e una bottiglia d’acqua.

Ma quello era il compenso per neri, albanesi, rumeni e italiani che si facevano concorrenza tra di loro per spuntare un ingaggio. In uno spicchio di mondo senza diritti né possibilità, un passaporto per la sopravvivenza.

Tre anni fa, in provincia di Taranto, cinque rumeni sfuggirono al controllo del loro aguzzino e arrivarono nella sede di un patronato con le scarpe ancora sporche di fango. Vivevano chiusi in un casolare. Di giorno raccoglievano e confezionavano uva da tavola destinata ai paesi del Nord Europa e la sera, prima di andare a dormire, pulivano quella che loro chiamavano casa, senza acqua corrente, senza luce e infestata di topi. Quando iniziarono le indagini nel paese in cui vivevano furono solo gli invisibili come loro a fornire qualche dettaglio in più: un gesto di solidarietà tra i più vulnerabili, tra gli ultimi. La loro situazione, tuttavia, non migliorò da quel giorno. In seguito alle deposizioni, i “coraggiosi” furono costretti ad abbandonare quel territorio e a cercare altrove.

Tutti i lavoratori, italiani e stranieri, si videro così sbattere la porta in faccia anche dal lavoro irregolare; fu questo l’unico effetto tangibile nelle loro vite. Il passaggio da sfruttati a esclusi. Il bivio cui si trovano di fronte in tanti, dove non si riesce a indicare l’alternativa migliore. Perché, semplicemente, non esiste.

Da sfruttatia esclusi

Quelli descritti non sono casi isolati, da considerare elementi devianti in una realtà tutto sommato positiva. Rappresentano parti di un sistema. Il meccanismo alla base delle due vicende, emerso in decine di inchieste e reso solido da anni di sperimentazione sul campo, è ormai conosciuto, anche se nel dibattito pubblico non se ne parla mai a sufficienza. In sostanza, il sistema si basa su una singola parola d’ordine: ricatto. I caporali reclutano per 7 o 9 ore giornaliere, e il compenso viene stabilito in base al mercato delle braccia. Se nel borsino dei potenziali schiavi ce ne sono cento senza nessun diritto, a quel punto chi ha più diritti dovrà adeguarsi e limitare le pretese. Altrimenti non riuscirà a sopravvivere. Si genera così una spietata gara al ribasso, diventata la regola a causa delle politiche italiane sull’accoglienza e sulla migrazione, che negli ultimi anni, a prescindere dal governo in carica, hanno avuto un esito comune: riuscire a creare un ricatto “buono” per tutti.

Gli stranieri sono costretti ad accettare condizioni di vita inumane in cambio di un permesso di lavoro, che si potrebbe tramutare in un permesso di soggiorno. La verità è che riceveranno una paga da fame, che nella maggior parte dei casi servirà a pagare il giaciglio nella masseria abbandonata del “padrone” e il servizio di trasporto nei campi appaltato a qualche altro “padroncino”. 

Gli italiani lavorano più o meno con le stesse regole, a volte per compensi relativamente più alti, almeno sulla carta. Spesso, infatti, pur di vedersi riconoscere le giornate lavorative che poi serviranno ad ottenere la disoccupazione, sono disposti a restituire buona parte del bonifico ricevuto in busta paga.

Nelle campagne prende forma un vero e proprio stritolamento della forza lavoro. E non è un mondo lontano. Avviene in Puglia come nei grandi allevamenti del Nord o nelle piazze orto-frutticole di tutta Italia. Insomma al grido del “prima gli italiani” si finirà per fare del male agli italiani stessi. Grazie al martellamento di certi politici e certi media, purtroppo è passato il messaggio che i 600mila stranieri senza permesso di soggiorno impiegati in Italia (in agricoltura, nella cura della persona o nel settore edile) in realtà stiano togliendo il lavoro agli italiani. In realtà, sono le decisioni della politica e delle imprese criminali che restringono il perimetro dei diritti e delle loro opportunità di tutti e tutte, e minano nel profondo le radici di un settore che rappresenta una ricchezza incommensurabile del nostro Paese e una parte robusta del PIL nazionale (oltre il 2%, 30 miliardi di euro all’anno).

Così dietro quel grappolo di uva da tavola ben confezionata sui banchi dei nostri supermercati c’è spesso il sudore e il pianto di tanti (italiani e stranieri), ma c’è anche un pezzo di Stato che muore, truffato da un commercio dopato da braccia sfruttate e fatturati sottratti all’erario.

Volumi d’affari che sfuggono all’economia reale del paese e che pagano cittadini, lavoratori e aziende oneste. 

Una economia sommersa che è l’unico “nero” a doverci fare paura.


Maristella Bagiolini, giornalista

In onore di Paola Clemente – vittima del caporalato
Crispiano (Ta) 1966 – Andria (Bat) 2015

Fonti